Writings

 

 

  • Orienti di una voce
  • Scugnizzeide e i bambini di strada.

 


Orienti di una voce

 

Io voglio la musica larga,
in timbratura ostico di ballanza
io voglio musica musica
che si appoggia in doremi
con archetto e fiato,con il sogno del ballo
in giramento e tacco, in salto rotolo,
in combusto fiato riso, in volata
in sbraccio in battuta
palmata con il frullo largo.
Io voglio musica spianata
Alta con l’urlo, sottosopra, della contentezza
Dell’agitamento e ingorgo,
per un compatire che corre.
Io voglio essenziare la creazione
Essenziare dal basso e dall’alto
Tutta la splendidezza naturale e animale
Io voglio essenziare
Il sasso ficcato nel duro
E le pietre che non me le spiego
Voglio essenziare la marina stesa
Come una pelle, con i suoi odori, con
Movimenti schietti,la crudezza vita

Da: bastardo 5 ,di Mariangela Gualtieri

I miei orienti…La musica, la voce sono il mio oriente.
Lì, quando sono lì nel canto sento tutta la larghezza, mi sento larga e leggera, e fluida. E so quello che so, perché ne ho fatto esperienza, perché mi è passato nel corpo, si è stampato nella memoria delle mie cellule fino a generare gesti vocali Ho la sensazione di avere accesso alle connessioni tra pensiero e pelle. Di potermi conoscere, attraverso la voce.
Dunque, io faccio la cantante.per vivere.
Parafrasando qualcuno , affinchè io sia ciò che posso essere, è necessario che io canti. Mi è toccato in sorte.

Cantare è ex-vocare. Evocare .Convocare. Toccare a distanza.
Cantare mi ha insegnato l’alfabeto del vivere .
Agire con la voce ha travasato continuamente nella mia coscienza ciò che nella musica mi ha dato modo di sperimentare..
Chiamare a raccolta i miei sensi, riconoscere la mia unicità.
Mi ha dato un luogo nel mondo. Mi ha allenato a stare in mezzo agli altri senza sparire, senza travalicare. A servire una causa più grande senza sentirmi una serva. A produrre bellezza senza immaginare di essere gigante.
La ricerca sulla voce mi ha consentito di studiare e conoscere per vie assolutamente impreviste cose che una rarissima fobia per lo studio accademico mi avrebbe reso irraggiungibili.
Cantare mi ha insegnato a riconoscere l’importanza delle pause.
E la potenza del loro suono .
Cantare mi ha costretto ad affinare la mia capacità di ascolto degli altri.. e a riconoscere l’unicità di tutte le voci.
Cantare mi ha costretto ad essere quello che sono.
Ma devo necessariamente aggiungere: Cantare secondo la pratica del jazz.

Quadretti napoletani

Quando cominciai a cantare, da adolescente, ero persa. Tutti gli adolescenti lo sono, ma io, posso vantarmene, avevo spento la luce dall’interno, ed ero al buio. Non sapevo assolutamente cosa fare di me stessa, e dei miei vari piccoli doni per la scrittura, per il disegno, per la musica… tanti piccoli doni appena abbozzati che mi servivano a sfangare qualche piccola soddisfazione. Non avevo ambizioni. Rubacchiavo qua e là qualche partitura a mie amiche che suonavano il piano, sapevo di essere intonata…Mi nutrivo di tutto e niente.
Mi accontentavo di suonare decentemente un brano al pianoforte, di cantare una canzone per i miei amici suonando la chitarra…
Sono stata trascinata dagli eventi, da coincidenze, da orecchie amiche che hanno pensato per me che io potessi cantare. Io non lo credevo.
Il mio primo fidanzatino suonava la chitarra in un gruppo rock… a quei tempi Napoli Centrale e Pino Daniele stavano diventando molto popolari, e il gruppo rock prevedeva dei testi in napoletano. Io avevo 14 anni e non amavo il rock…ma ci provai, visto che me lo chiedeva e volevo fargli piacere.Provammo una volta, a casa della nonna sorda del primo chitarrista della band;il bassista aveva i capelli lunghi fino alla vita, e fumava spinelli.Il batterista e il mio ragazzino forse… Io ero una bimba,…
Il problema era che la nonna sorda viveva in un palazzo pericolante a via Foria, con i finestroni delle scale tappati con cartoni; aveva sul focolare della cucina (focolare in muratura, come ai vecchi tempi) un pupazzo alto sei metri,rappresentante il “munaciello”, lo spiritello dispettoso nume tutelare della casa.una tradizione risalente a secoli prima … Una testa della grandezza di una noce di cocco, attaccata all’angolo del soffitto,con un corpaccione coperto da un mantello nero… lungo fino al pavimento.
I miei genitori, prima di darmi il permesso,di andare avanti, vollero vedere persone e luoghi. Fu la fine. Un’occhiata al palazzo, alla nonna, al munaciello e al bassista completamente intronato segnarono la fine della mia prima esperienza musicale.
Altro fidanzato, altra corsa: Il mio primo vero amore , 15 anni e mezzo io, 16 lui, suonava la chitarra in un gruppo che si chiamava “A bbanca ‘e ‘ll’acqua”… musica popolare campana,sestetto con tre voci. Repertorio: tante cose riprese dalla Nuova compagnia di canto popolare di Roberto De Simone, tammurriate varie, qualche composizione originale “popolaresca” scritta andando a cercare testi nella Biblioteca Nazionale di Napoli…

Chiesi a mio padre di darmi il permesso questa volta… avrebbe potuto assistere a tutte le prove, venire a tutti i concerti…fui molto convincente, o la minaccia troppo spaventosa.
Fatto sta che feci il mio primo concerto in ‘a banca ‘e ll’acqua come chitarrista. Poi, visto che mi inventavo le” armonie” vocali e le facevo imparare agli altri, e la cosa mi riusciva piuttosto bene, fui promossa a chitarrista e cantante. Poi diventai prima voce…il mio io latitante ne ebbe una grande iniezione di fiducia; ma dopo un po’ mi sentivo come in una camicia “stretta”… e non mi riconoscevo, se non nella gioia di fare musica, di stare in mezzo agli altri, di dimenticarmi di me e dei miei tormenti.
Dopo un anno vennero a me un professore dell’Istituto Orientale di Napoli insieme ad un chitarrista , a chiedermi se volevo cantare nel loro gruppo ,“Il Tiglio”, che poteva contare sulla sua collezione di strumenti , partiture e dischi di musica popolare di tutta Europa, in particolare dei Balcani,Macedonia, Slovenia, Bulgaria, Albania, Grecia, Russia( fino alla Mongolia),e poi il sudamerica….e polifonia sacra e profana delle stesse aree… insomma, le musiche dei popoli e le musiche delle classi dominanti.
Accettai, mi cii buttai a corpo morto, e fu una delle esperienze più intense ed istruttive che abbia potuto fare; a tutt’oggi.
Provavamo due volte alla settimana in un meraviglioso palazzo in piazza San Domenico Maggiore, prospiciente al palazzo di Gesualdo da Venosa, dove si consumò l’omicidio di Maria D’Avalos e del suo amante Farbrizio di Carafa….
Era un laboratorio permanente che mi consentì di conoscere mondi vicini e sconosciuti. ...La poesia e la cultura degli allora silenti paesi dell’est mi colpirono più di tutto. Era musica davvero inaudita! Cantavo in tante lingue diverse, ritmi irregolari con relative danze ( in 7/8, 9/8 ,11/8, 5/4+6/4 ) e altre combinazioni mai viste prima…. imparai a suonare strumenti a plettro di varia provenienza (ciftelì, bouzouki, balalajka, charango, quatro, tiple…)e percussioni varie …. Perfezionai la mia lettura a prima vista e il solfeggio cantando la prima polifonia spagnola, e la polifonia spagnola esportata nelle nuove Indie : Le Ande,(brani a cinque voci in lingua quetchua e Nahuatl), musica russa ortodossa, scoprii i corali di bach….scoprii che la mia voce aveva un falsetto… fu una esplorazione intensa e pratica dei miei mezzi vocali e auditivi..
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A 18 anni , un insegnante di canto venne ad uno dei nostri concerti e mi disse: devi studiare con me. Accettai di buon grado. Era veramente una sorpresa quotidiana… dopo un po’ come al solito, entrai in una crisi nera; più cercavo di entrare nel dettaglio del padroneggiamento della mia voce secondo le regole, più mi sentivo in galera…ma nonostante il mio terrore, il mio maestro mi insegnò tante cose, per i tre anni successivi.

Intanto cominciavo a sentirmi stretta nella riproposizione filologicamente corretta di brani, di qualsivoglia paese o cultura lontana o epoca essi fossero.
Decisi di lasciare il gruppo, e di fare della musica la mia vita, la mia professione, pur non sapendo ancora dove andare…
La musica era l’unico “luogo” in cui mi sentivo al sicuro.

Cercavo confusamente una “liberazione” dei miei mezzi vocali… Mi venne in aiuto un ricordo d’infanzia. Ricordai all’improvviso dell’esistenza di Ella Fitzgerald, vista e sentita in un programma televisivo condotto da Frank Sinatra quando avevo 6 o 7 anni.
Ricordai il suo scat….il cinguettio ritmico, gioioso e sfrenato emesso da una donna dal corpo massiccio eppure pieno di grazia e trasudante divertimento, ricoperto da lustrini e paillettes
… Il giorno stesso passai davanti all’edicola sotto casa, e vidi un disco con la copertina bianca , parte di una serie collegata ad un’ enciclopedia del jazz …. C’era un brano di Dizzy Gillespie, qualcosa di Charlie Mingus… e un brano cantato da Ella Fitzgerald. Comprai il disco, salii a casa, lo misi sul “piatto” , direttamente sul brano cantato: era Flying Home….. tre minuti folli su una struttura che poi avrei riconosciuto come un rhythm changes…. Puro scat. Mi chiusi in casa per tre pomeriggi consecutivi, e lo imparai a memoria.La melodia alternava vocalizzi sillabati a brani di canzoni popolari, acuti taglienti come spade a sonorità scurissime. Mamma mia che adrenalina! Cacchio, quello sì che era divertente!.
Avevo 19 anni, e decisi che quella grazia e quel divertimento erano ciò che volevo dalla musica. Sentii che volevo cantare jazz.

Nel frattempo ero ancora confinata della ripetizione.
Non avevo metodo. Non mi sentivo abbastanza colta musicalmente da osare scrivere della musica. Cercavo una maniera di non ritrovarmi faccia a faccia con il calligrafismo, con il compitino fatto bene, cercavo il modo di lanciarmi senza rete, costringermi ad essere creativa. Cercavo attraverso la voce di essere quello che non ero; coraggiosa, personale, indipendente. Volevo farlo così tanto ,che quando non ci riuscivo,mi scindevo… fingevo di esserlo. Ma non sapevo da dove cominciare .
Poi, il gruppo di jazzisti napoletani che mi ospitò,facendomi cantare due brani nel mio primo concerto jazz, mi propinò un vero e proprio battesimo del fuoco: mi obbligarono, una volta sul palco, ad improvvisare su un blues. Fu un’esperienza terrorizzante… ma quando sentii la registrazione di quello che era accaduto (io ero in trance per la paura) , mi dissi: ma qui c’è qualcosa di buono…non sono mai fuori tonalità…le frasi funzionano…e me le sono inventate io!
Quella è stata la prima picconata , il primo buchetto nel muro di buio che ho dentro me stessa.

Lo scat di Ella Fitzgerald è stata la calamita che mi ha portato a entrare nella pratica del jazz dalla porta principale: l’improvvisazione ;la composizione istantanea ,che convoca la tua memoria, i tuoi riferimenti culturali che ti ispirano, ti fa tirare fuori la reazione immediata , il ritmo interno del corpo, ti richiede l’ascolto continuo di quello che tutti gli altri musicisti producono, perché tu possa rispondere, appoggiare, andare indietro, lasciare. Inoltre, nel Jazz, musica meticcia per eccellenza , fondata sulla cultura africana, cultura a “maglie larghe”, non esiste un solo modello vocale accettabile. Uno dei capisaldi di questa cultura musicale è l’unicità , la riconoscibilità del”suono” del musicista o cantante. Devi trovare la tua voce. Il tuo fraseggio. Trovare le tue eccellenze,assecondare i tuoi limiti, anzi farli brillare, farne il tuo marchio di fabbrica.
Monk disse: Il genio è colui che più assomiglia a se stesso.

Qualcuno ha paragonato l’improvvisazione jazz ad un insegnamento spirituale; una forma di meditazione delle più alte .
La porta d’accesso ,attraverso una pratica quotidiana, ad una dimensione interiore di presenza, attenzione rilassata, ascolto di tutte le voci che ti abitano.
Ed è allo stesso tempo una meditazione collettiva;. Si è in un flusso di coscienza comune. Una meditazione con oggetto il brano musicale .Sei libero insieme ad altri, ugualmente liberi.

 

Nel caso dell’improvvisazione free , solistica , l’oggetto è… il vuoto. L’associazione libera.
L’esperienza dell’improvvisazione è una meditazione e una danza, un esperienza dionisiaca e lucidissima.

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Ma l’improvvisazione non si improvvisa.
La pratica dell’improvvisazione jazzistica è rilettura, apertura delle cornici, è guardare un oggetto da tutti i lati e piani, è passare dal cosa al come, dall’oggetto allo stile.E’ approfondimento armonico, riscrittura quindi su ogni piano possibile, il tempo, il ritmo,La melodia.
E’ pensiero e pelle, insieme. Quel che ti richiede è che la pelle non si ispessisca, che non si diventi monumenti a se stessi e ai momenti di bellezza che si è riusciti ad evocare.
A qualcuno che gli chiedeva come mai avesse abbandonato il repertorio cool, e non suonasse più le meravigliose ballads che facevano andare in deliquio mezzo mondo, Miles Davis rispose:
“Because I liked it too much”.
Per rimanere vivi nella ricerca , devi cercare la tua voce, e poi in qualche modo la tua “voce” deve sparire.

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Quadretti metropolitani

Ho cantato il jazz americano, dai grandi songbook al be-bop, Dall’hard-bop al free, per tanto tempo. E nel frattempo scoprivo Demetrio Stratos e la sua ricerca sulla voce, e il grande jazz Europeo. Per qualche anno sono stata un talebana del jazz. Non ascoltavo altro. Poi mi è passata. Ho ripreso ad ascoltare Joni Mitchell, Prince, e molte altre cose che mi hanno nutrito.

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Provavo tutto, imparavo tanto ,ma avevo, in fondo, dentro di me sempre un palcoscenico.
E Maria Pia restava dietro le quinte, mandando avanti sul palco la “persona” cantante. La persona forte, direttiva, coraggiosa, assertiva. Così molti anni del mio canto jazz furono affetti da “muscolarità” , da dimostrazione Ero condannata ai fuochi d’artificio, a stupire stupire stupire, a qualsiasi prezzo.
Ero l’agnello sacrificale di me stessa.( lo sognai. Sognai di avere una freccia infissa nella gola, ma faceva parte di me, era ricoperta della mia stessa pelle. La guardavo allo specchio, mentre una voce fonda scandiva forte la frase: “agnus in musica”.)
Eppure riuscivo a cantare anche disarmata E mi riusciva bene. E mi commuovevo , si commuovevano gli altri.
Che shock il primo disco! Quello che sentivo registrato non corrispondeva affatto a quello che “sentivo” di me stessa, a quello che pensavo di me stessa …
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Per quindici anni ho macinato musica, mi spostai a Roma, mi guadagnai il mio posto nel jazz italiano, girando l’Italia incontrando musicisti straordinari …viaggiai tra Roma e New York per due anni, cantando con musicisti che non avrei mai osato neanche avvicinare , Joe Zawinul, Billy Hart, Cameron Brown, Elliot Ziegmund, la Gil Evans orchestra…
Era molto eccitante, ma ancora una volta, più andavo avanti, più mi sentivo stretta, e dopo il primo disco non avevo voglia di produrre nulla che restasse inciso per sempre ….
Poi la mia voce “arcaica” venne a reclamare il suo spazio.

Orienti Napoletani

Poi venne il progetto Nauplia.
Di ritorno da New York, nel 93 ,re-incontrai Rita Marcotulli, di ritorno dalla Scandinavia dove aveva vissuto per qualche anno, impregnata in ogni fibra dell’apertura mentale e del lirismo della scena musicale nordeuropea. Facemmo qualche concerto insieme , suonando hardbop e standards, poi ci guardammo in faccia e ci dicemmo: ma perché non facciamo qualcosa di più personale?
Le nostre matrici non sono afro-americane. La pratica del jazz è ciò che più amiamo, perché non guardiamo alle nostre radici?
l’idea, nata da tante conversazioni con Rita Marcotulli riguardo a cosa volevamo fare insieme, era il tentativo di dire qualcosa che uscisse dai clichè che inevitabilmente fanno parte di ogni linguaggio,quindi anche del jazz. Il confronto creativo con Rita produsse molti frutti.
Napoli divenne il mio oriente.
E trovai un’altra voce. Un altro mondo.Nonostante me. Avevo una paura terribile. Paura di fare un salto all’indietro, di passare dalla mia identità di cantante be-bop forte e aggressiva, sempre pronta in ogni situazione, alla cantante melensa di canzoni napoletane, quanto di più retrivo e tradizionale riuscissi ad immaginare.
… io combattevo con la voce, cercando di riportare in questo nuovo territorio musicale quella forza e quel suono a cui la pratica del jazz e del canto in inglese mi avevano abituata Ma la voce andava da un’altra parte. Veniva fuori un suono che non controllavo. Lo emettevo senza “coscienza”. il suono a volte ingolato, a volte nasale del napoletano…. Che però, era fluente , era come un pennello di seta che mi accarezzava la gola e le orecchie. Scoprii che nella voce risuonava il pianto,l’ironia, una qualità materna che non mi riconoscevo…Riscoprii un grande universo vocale che avevo avuto sempre lì, sottomano, sottogola, dimenticato. Ed è cominciata una nuova ricerca. Avevo passato anni a cercare di improvvisare trovando un mio linguaggio personale , e all’improvviso mi ritrovai ad imitare i suoni percussivi della tammorra , a cantare dentro e fuori dal tempo, a produrre dei melismi che legavano le note in una sorta di trasformazione alchemica dei licks del blues in fioriture mediterranee, a contatto con le seste minori, le none bemolle e le quarte eccedenti tipiche delle scale napoletane. Quel lavoro è stata una continua scoperta, osservavo le cose accadere, mentre io mi sentivo persa in un territorio dove era tutto da inventare
Decidemmo di chiamare il progetto Nauplìa, perché qualcuno mi aveva raccontato di Naufliòn, o Nàuplia, una città greca, sul mare, su un golfo che assomigliava moltissimo a quello di Napoli.
Mi piacque l’idea di una Napoli affacciata su un altro mare. Il mare dell’improvvisazione, il mare di una tradizione nuova ed inesistente, un universo parallelo di cui io , Rita e i nostri compagni avremmo disegnato insieme.
La musica di Napoli aveva già tutto lì, pronto per noi. Interi secoli di musica, una lingua ritmica e liquida allo stesso tempo, poliritmie africane, cadenze mediorientali e composizioni delle migliori penne dal 1500 in poi…

 

Il primo brano che portai fu Mmiezo ‘o ggrano, dei grandi Nicolardi e Nardella , spiegai a Rita la mia intenzione di giocare con due accordi che riincorniciavano in una apparente modulazione tra maggiore e minore la parte iniziale del tema. Rita ebbe una intuizione ritmica stupenda, e ne venne fuori il brano di inizio di Nauplia, con una sua introduzione pianistica meravigliosa, aperta ed estesa ritmicamente, che mi permetteva di entrare con la melodia estendendo all’infinito alcune note, riunendo a grappolo delle altre…mi consentiva di spalancare le parole, come disse un intelligente commentatore.
Poi fu la volta di Sto core mio, una villanella di Orlando di Lasso, che Rita sottopose ad una rilettura che prevedeva una continua mutazione della forma. Partendo dalla forma originale, cambiando il tempo in 3/4, poi in 4/4, poi raddoppiandolo ancora,facendo scomparire del tutto il tempo ….
Poi venne la volta di Scalinatella, brano che non avrei mai pensato di cantare, del secondo dopoguerra, ma che ancora una volta, nella ambiguità tra maggiore e minore trovò una sua collocazione armonica perfettamente logica ai confini del blues,e mi diede modo di far venire fuori delle variazioni melodiche che seguivano, con una unitarietà di intento che stupiva me stessa , il senso profondo del testo. E le parole cominciarono a sgorgare da me , a contatto con le composizioni di Rita, con grande semplicità.
Trovai una lingua poetica, che mi consentiva di narrare di qualsiasi cosa, del’idea Giardino d’amore di Rumi, il grande mistico sufi,
del desiderio di risveglio, della ricerca di senso… perfino di politica, nel magnifico brano per quartetto d’archi di Enzo Pietropaoli che intitolai : Nfrisca all’anema ‘e chilli quatto,che rievocava il tempo in cui 4 politici molto potenti si spartivano , come tanti prima di loro, le ricchezze della città.

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Avevo un’altra volta ricominciato daccapo, non senza crisi di identità e palesi schizofrenie con altri gruppi e altri repertori. Questa schizofrenia, che ha del resto caratterizzato i miei inizi, è diventata in qualche modo il mio destino, o la mia cifra. Vivo una vita artistica faticosa, ed una carriera caratterizzata da un enorme dispendio di energie, a fasi francamente vicina allo spreco. Ma solo così riesco a fare che sia feconda. E ho bisogno di sperimentare le cose di persona, per capire se funzionano o meno. Non avrei messo cinque lire in pratica sulla bella idea teorica di mettere il canto napoletano in connessione con l’improvvisazione e con il jazz europeo.Ed invece è stata la mia salvezza.Il mio nuovo orizzonte, , il luogo dove la mia voce si è connessa con parti profonde di me, con dolcezze, lacrime e pensieri che mai avrei pensato di riuscire a mettere in musica.La mia voce è diventata il mio battistrada, ed io pertanto la seguo. E’ stato un lungo lavoro di avvicinamento di linguaggi diversi, sperimentati fianco a fianco, tramite concerti con repertori diversissimi. E’ un lavoro che mi impegna ancora oggi.

Per me cantare in inglese od in napoletano significava cambiare orizzonte, cambiare regole. E per certi versi, avvicinare totalmente il tutto è una pura utopia, non auspicabile.
Ma lo scarto tra mondi emotivi, tra piani psichici mi creava dentro un senso di separatezza, di scissione a tutta prima spiacevole e spaventoso. Poi è diventato un terreno di ricerca. Francamente, il jazz tradizionale è passato sullo sfondo.
Il luogo di raccolta è diventato il lavoro sul napoletano, sul meticciaggio, e, forse per la prima volta, sullo sviluppare un suono personale a partire dalla mia lingua e musica madre , Ma se c’è qualcosa che è piena di clichè, di luoghi comuni e di retorica, è la musica tradizionale napoletana, per come è conosciuta ai più. Sì, meravigliosa, apertissima, , dai canti a “fronna ‘e limone” dei cantori di strada alle composizioni di Donizzetti , un canto equamente diviso tra il muezzin e il cantante d’opera, melodie e armonie raffinatissime… un patetismo però insopportabile…
Che meraviglia, e che pesantezza le tradizioni!

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Il mio bisogno di teoria e conoscenza mi ha portato in un sacco di bei luoghi, ma anche in dei cul de sac clamorosi. La mente non può possedere tutto, la teoria e la concettualità non possono travalicare l’invisibile, il mistero dei movimenti dell’anima, del talento umano. La musica è matematica e mistero.
La musica non è democratica. Non dà premi e non fa sconti.
“Accade” , o “non accade”.
Ho visto in tanti anni dei progetti che sulla carta erano grandiosi, ma poi l’impianto teorico era l’unica cosa che funzionasse. Ho visto persone coltissime produrre dei progetti congelati nelle forme, e persone dotate di talento naturale, ma incapaci di mettere due parole in croce, produrre della musica che ti liquefa le ossa, che fa girare il sangue nelle vene veloce come sciolina, che ti fa sorgere mille interrogativi. (il dono più grande che un artista possa fare ad un altro artista)

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Pertanto provo a nutrire la mia mente di idee anche apparentemente lontanissime dalla musica, ed allo stesso tempo tento di pormi di fronte ad essa, e di fronte alla creazione come un ominide che abbia appena raggiunto la stazione eretta. Ignorante, demente, vuoto di nozioni come un bimbo di tre anni. Per incontrare la meraviglia.

Fonè

….da Il principio , di Mariangela Gualtieri

La prima cosa furono le Voci
La prima e l’ultima prima del sangue
Furono le Voci a dire i nomi.

La prima cosa furono le Voci
Prima del mare, prima del dormire
Degli uomini e dei cani:
Le Voci messe per incantamento
Nel sigillo del sonno, nelle crepe
E dentro ai nomi, furono le Voci
Le Madri Grandi, e ancora sono.

 

Alla fine del 96 che ebbi un dono di portata immensa da un mio amico filosofo, che con l’intento di prendermi in giro (si sa, i filosofi ne sanno sempre più degli altri, ) mi parlò della tematica della voce come di una delle tematiche più interessanti della filosofia contemporanea, una delle questioni in fondo ancora poco esplorate… La fonè, la voce prima del linguaggio, la voce che precede il linguaggio, la voce “tolta” dall’avvento del logos.
In realtà rimasi scioccata,Uscii dal suo studio in subbuglio .
Sbandavo come un vascello disalberato, non sapevo bene perché. Sentivo di essere arrivata ad uno snodo. E cominciai a leggere tutto quello che trovati sull’argomento. Da Focault ad Agamben, da Derrida a Barthes….
Mi resi conto che per fare musica, avrei poi dovuto buttare tutto alle ortiche, e pormi le mie domande stupide.

Fonè, fonè, fonè,il grido dell’animale che muore, del neonato che nasce, la trasmissione immediata degli affetti, di ciò che ci “affetta” .
Una voce impossibile … il luogo dove nasce la necessità …animale di dire,l’intenzione di dire. La voce interiore che appartiene a tutti, prima di articolare un pensiero in parole, in una qualsiasi lingua possibile. La voce come timbro, la voce che suona dentro la tessitura delle parole…
Come posso cantare di questo? Mi chiedevo :
Un canto che intoni il dolore, il pianto,non è uguale in Uganda o in Italia, eppure l’affetto che lo muove è lo stesso per ognuno.
Il canto di una madre Tuareg fa addormentare il suo piccino, ma terrorizzerebbe un neonato di Pechino.
Ma per il neonato, la voce della madre fa parte di sé, della totalità fusionale con lei , è pura libidine corporea, è impulso ritmico…

Nacque così Il paradiso dei cacciottielli, una ninna nanna in cui la voce della madre entra , invasiva come il vento, come la luce , a guidare il bimbo dentro e fuori dal sonno, e dal sogno. Inutile dirlo, lo scrissi nella mia lingua madre.

 

 

Duorme, piccerillo niro,
smiette ‘e me guardà
chiude ‘sti stellucce scure
dint’’e suonne l’aje a pusà
sciuoglie dinto a ‘nu suspiro
cacciutiello, va
‘a cullana d’’e penziere
ca nun te fa addubbechià

E te faccio ‘a voce ‘e luna
Pe te rischiarà
‘a nuttata troppo scura
si t’avessa spaventà
e te faccio ‘a voce ‘e viento
pe t’accarezzà
si ‘stu suonno è troppo luongo
e nun truove ‘a via
e te scetà

E chist’ammore ca
me squaglia ‘a gola
pioggia se vo fa,
voce d’acqua cristallina
comme ‘a ‘na rugiada fina
chesti ciglia adda ‘mperlià
cu mille note argiento
pe’ te fa accurdà
a sta musica silente
ca ‘e stelle fa tremmulià.

E te faccio ‘a voce ‘e seta
Pe te fa sciulià
Si ‘stu suonno è ‘na matassa
‘ntruppecosa a sgravuglià
duorme criaturella sola
sonna e nun penà
cu ‘na risatella ancora
‘e silenzie mieje fai sfumà
(…)

E il bimbo che comincia a fare conoscenza della sua voce, il bimbo che gioca, da solo , gioca con la sua voce ancora libera dalle limitazioni vocali che ogni lingua impone… eppure ogni bimbo che gorgoglia e canticchia inventa un ritornello, crea con la sua stessa voce un cerchio protettivo… , crea un loop nel tempo che lo conforta … con la voce si inventa un mondo. La voce “fa il mondo” . crea una danza, si appropria del tempo…

E dall’impulso corporeo, ritmico, ecco venire fuori la danza, Ripresi contatto con le danze balcaniche che tanto mi avevano colpito nell’adolescenza, e ne feci territorio di lavoro armonico, di mutazione della forma. Ne elaborai una in particolare ,su un tempo composto di 11/8 + 7/8, mantenendo la forma melodica originale, a blocchi melodico armonici, inserii delle armonie e delle dinamiche che catapultavano ogni frammento in un diverso colore , come l’apertura di un nuovo stato d’animo. Lo intitolai: Voulez-Vous?
L’invito alla danza
E presi un brano di John Taylor, mio meraviglioso pianista in questo progetto,
una composizione in 9/8 , Adios Joni, caratterizzata da una poliritmia interna. Il brano può essere scandito in 3+3+3 , e prendere una coloritura ritmica africana o caraibica… il tema è scritto quasi interamente in 2+2+2+3, divisione tipica dell’europa dell’est. Un brano particolarissimo, che può diventare “rotolante” o “zoppo” a seconda della prospettiva ritmica con cui decidi di improvvisarci su!

Trovai un frammento dei vangeli apocrifi, in cui Pietro il pescatore, in croce a testa in giù nell’ora del suo martirio , dice: “Eucharisto soi”, Io ti ringrazio, con quella voce che non è scritta nei libri, non puoi trovarla in questo mondo, con la lingua che può diffondere il vero e il falso, io ti ringrazio col silenzio della voce, con cui lo Spirito in me consegue di amarti, parlarti, vederti.

 

La fonè come luogo dello spirito, luogo del divino. Decisi di musicare quel frammento, così come l’avevo trovato, in greco antico.
Ma come fare a parlare dell’infinito, e dell’infinitamente piccolo della nostra esperienza umana?
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Ciò che mi venne alla mente fu la concezione del tempo nella musica indiana. Nelle musiche orientali legate ad una espressione spirituale, il tempo diventa un concetto assolutamente diverso da quello che è per noi in occidente. La musica e il ritmo, il suono, sono dei mezzi per entrare in uno stato estatico, le composizioni si sviluppano in orizzontale, e come onde oceaniche salgono verso un climax e scendono verso temporanee pacate larghezze, con movimenti amplissimi…
… pensai alle incredibili divisioni ritmiche, alla scansione del tempo che arriva alle minuzie più incredibili, senza per questo lasciarci imprigionati in esse, dando invece luogo ad un effetto di spazio immenso, lo sprigionarsi di una energia che si impadronisce del tempo, tramite la maestria della matematica applicata all’improvvisazione, appresa con anni di pratica ,svelandone tutte le potenzialità.

Decisi si approfondire le mie conoscenze sulla musica indiana.
Con la collaborazione di Federico Sanesi, grandissimo tablista e percussionista cominciai a studiare i bols, ossia il linguaggio vocale ritmico, che traduce in sillabe le diverse sonorità ottenute con i diversi colpi delle mani e delle dita sulle tabla. La cosa meravigliosa è che l’insegnamento della musica indiana avviene per trasmissione orale, per diretta comunicazione maestro-allievo. Nell’insegnamento del canto, il maestro canta il raga,i Nomi delle note, e l’allievo ne ripete sillabe , toni ed inflessioni….
Nell’insegnamento delle tabla, il maestro canta le sillabe e le loro declinazioni a seconda degli accenti, e l’allievo ripete la forma ritmica sullo strumento. (l’allievo percussionista deve naturalmente apprendere anche l’aspetto vocale, la rappresentazione vocale dell’esecuzione strumentale.)
Studiare i bols per me è stato ,è una disciplina vocale e ritmica incredibile. Un luogo di invenzione codificata, apertissima, ma disciplinatissima.
Ugualmente,da un punto di vista melodico, con il suo impianto modale, il canto esplora, nella limitazione della tonalità ferma, non solo ogni anfratto ritmico, ma anche ogni anfratto melodico, con l’intonazione di microtoni e melismi che sono in realtà prescritti nel raga stesso. Come dire, il massimo della libertà all’interno della più sottile delle codificazioni. E da questo si sprigiona la potenza.
E’ così che, dopo un certo studio, composi Eucharisto soi.
Senza alcuna velleità di comporre un brano della complessità dei raga indiani,costruii una forma con una introduzione senza tempo (quello che gli indiani chiamerebbero alap ), per proseguire , nel momento in cui Pietro parla di dove non si possa trovare la fonè,
ossia nel mondo sensibile, nel mondo della dualità, con una forma responsoria, in cui è la “voce” del clarinetto (il magnifico Gianluigi Trovesi)a rispondere, il suono dello strumento a partire con una improvvisazione che è un’onda in crescita, un urlo che dice tanto, senza parole.La voce e le tabla scandiscono poi una divisione del tempo irregolare ed accelerata, che sfocia in una improvvisazione di tabla che è un torrente, una sospensione ed una accelerazione del tempo….
Come sempre mi è accaduto nella mia esperienza con la musica, questo studio mi ha dato il suo sugo migliore mettendolo fuori dalla sua cornice. Portando il mio bottino di ritmica indiana a contatto con altre forme, con l’improvvisazione in forme musicali completamente diverse

***

Ho scoperto che io sono la mia voce.o come qualcuno ha detto meglio di me , la mia voce è la proiezione spaziale del mio godimento nell’essere. La grana della mia voce, prodotta dalla mia gola di carne,è unica. È la mia intenzione di dire. Ma “dire “
fa pensare subito al linguaggio; come se alla fonè si sostituisse il logos…. Ma la fonè è portatrice di significato dentro la trama delle parole, nella tessitura del discorso…

La quantità delle parole è limitata, quella degli accenti è infinita, diceva Diderot nel Salon de 1767.
Il mio rapporto con il tempo e con l’improvvisazione da allora è cambiato radicalmente. Specialmente nell’invenzione libera. E la libera improvvisazione ha cambiato anche il mio rapporto con lo spazio. La danza, il movimento delle mani, i piegamenti sulle gambe sono diventato all’improvviso parte del mio canto. Il desiderio di saggiare lo spazio, mentre esploro lo spazio sonoro, nel tempo. E ho cominciato a prestare sempre più attenzione ai gesti vocali, agli accenti, alla possibilità che i miei polmoni e le mie dita cantino con me.

E il mio lavoro continua su questo. Nel respiro, nei tumulti del corpo e della mente nella moltiplicazione della mia voce tramite l’elettronica… la mia voce che diventa estranea a me, si allontanta dall’immediato presente dell’emissione , consentendomi di cristallizzare in una forma complessa ed istantanea, le impressioni di una voce che si fa percussione, strumento armonico, stridio, rumore.
Il mio lavoro va verso la polifonia. Ho da dare voci alle tante voci diverse che mi abitano. Voglio dare loro diritto di cittadinanza.
:

In tua presenza, la voce mi tradisce…
Come se una scienza più che umana
Mi obbligasse a dirti
Ciò che non pronuncio .

Maria Pia De Vito

 

 

Scugnizzeide e i bambini di strada

 

Non conosco da vicino i meninos de rua di Bahia.Però so , come tutti sappiamo, che come i bambini di strada sotto ogni tropico, sono bimbi orfani di senso, oltre e forse prima che orfani di famiglia. Non conosco ancora l’aria che respirano, il cielo che li bagna. Conosco il suono della lingua che parlano, quindi forse posso immaginarne le voci…e qualcuna delle filastrocche che cantano, in quella lingua che è l’unica sul pianeta a stillare miele in musica…quanto e più di quella napoletana. E poichè conosco come tutti l’abbandono e l’incuria,se ci perdo un minuto posso immaginarne la rabbia senza direzione,quella che fa inalare colla per stordirsi, o scippare borsette, fare danno e rifiutare ogni avvicinamento.
I bimbi di strada che ho conosciuto meglio sono quelli di Napoli, naturalmente.

Nella mia primissima infanzia, ho goduto di un osservatorio privilegiato su una piccola tribù di scugnizzi che impazzava nel vicolo della Napoli vecchia in cui abitavo. Da un balcone al primo piano potevo vedere il vicolo dall’imboccatura di fronte a un vecchio ospedale , sino alla fine in salita, una salita curvacea che non ho mai percorso fino in fondo, neanche da adulta. Osservavo i ragazzini di strada dietro ai vetri, come un pesciolino rosso triste nella sua boccia d’acqua ferma. Li invidiavo. Correvano a frotte, urlando e dando manate al culo dei passanti, o strisciando pezzi di legno contro i paletti di ferro o le macchine…se cantavano, cantavano a squarciagola, facevano giochi , facevano a mazzate…
Com’erano liberi, sfrontati, privilegiati , chiassosi e senza controllo!
E i genitori dove stanno? -mi chiedevo- Perché non li vanno a prendere? Com’è che non li controllano? Provavo a immaginarmeli, e me li figuravo sbiaditi, dei fantasmi eternamente trasparenti e occupati in qualcosa d’altro.
.Ogni tanto uscivo su balconcino, e tra le sbarre della ringhiera gli buttavo qualche pallina di carta per fargli uno scherzo, per farmi vedere… ma non mi prendevano minimamente in considerazione; … a parte quando un gruppetto di loro mi vide e si misero a ridere e a urlare perché stando sotto al balcone mi vedevano le mutande….e io me ne scappai di nuovo dietro ai vetri, e non ci provai più.
Poi a otto anni cambiai quartiere, per andare a vivere in una zona borghese, benestante, terribilmente anonima e fredda, paragonata al teatro che avevo avuto quotidianamente vicino, e sotto gli occhi.
Piano alto, piazza lontana e piena di macchine. E gli scugnizzi mi mancavano e per un bel po’ mi rimasero in testa come eroi bambini, dei guerrieri la cui audacia si pasceva e si moltiplicava nell’assenza degli adulti.
Poi, negli agi che ho cominciato a vedere e conoscere, ho capito. Ho capito che gli scugnizzi non conoscevano le strade “grandi”, che forse non sarebbero andati a scuola dopo le elementari come facevo io …il massimo a cui li avevo visti aspirare era stato passare dal carruocciolo- la tavola di legno con cui si lanciavano sulla discesa malamente lastricata del vicolo- al“papariello” , un motorino ben smarmittato, perché quello significava diventare gruosso, e uscire dal vicolo con molto rumore, e tornarci con altrettanta pompa,dopo qualche razzìa a me sconosciuta, a riportare il bottino di gloria.

Da grande mi sono tolta la soddifazione di gridare anche io , nella mia canzone Scugnizzeide “jamme, guagliù!” il grido di battaglia degli scugnizzi a cui non potevo unirmi. Ho cominciato a scrivere la canzone da lì:doveva essere una specie di “le avventure degli scugnizzi” ,ma il testo che mi è invece venuto su dallo stomaco, dal nulla ,è stato una preghiera. Ma che cosa strana…
Ma come, gli scugnizzi pregano?
Che Dio può avere un bambino a cui non è stato detto nessun sì per accoglierlo e sostenerlo, nessun amoroso no, per aiutarlo a strutturarsi dentro? Un orfano di senso, che Dio può pregare?
Eppure la mia immaginazione mi ha spinto a pensare che uno scugnizzo preghi continuamente. Si rivolge ad un Pantheon vasto, incasinato e contraddittorio. Un Dio per ogni situazione. Il dio della notte, del silenzio notturno da sfidare col rumore , il dio del mare, per tuffarsi alla cieca, …e per nascondere le lacrime, il dio delle bugie…che protegga dall’autorità… di chiunque. Il dio delle mazzate, il dio dei furtarelli.
Lo scugnizzo ha un piccolo dio per ogni speranza. E ogni piccolo desiderio diventa rapinoso di fronte all’ingiustizia totale della negazione perenne di un senso, della fame, del muro di gomma tra il vicolo e il mondo.
Il Dio dei ragazzini? Quello no, a quello i bambini di strada non ci credono . Non lo possono proprio amare .è un traditore. È indifferente, oppure non esiste. Come si può amare chi nun ce tene mente?

Scugnizzeide

Signore d’’a nuttata
Cu ‘a faccia chiena ‘e stelle
Me votto agoppo ‘a scesa
Cu quatte cumpagnielle

E ‘o carruociolo vola
‘ngoppo ‘a lava d’’o lastreco niro
e ‘o rummore ca sceta
tutto ‘o vico ca dorme
è na sfida ca venco sempe io

Signore d’’a marina
‘o ciato d’onna e sale
me votto agoppo ‘e scuoglie
e si me faccio male
me soso n’ata vota
cu ‘o musso sfrantommato
m’annetto ‘o sanghe c’’o vraccio
comme si niente fosse stato

‘e llacreme s’ammescano
cu ll’acqua ‘e mare
e abbusca chi s’azzarda a ll’è verè
Signore d’’e bucie
Mietteme a mana ‘ncapa
O quanno torno ‘a casa
M’a piglio io ‘na paliata

Jamme, guagliù !

 

Signore d’’e cccreature
Cu ll’uocchie ‘e guagliunciello
Quanno me faccio gruosso
M’accatto ‘o papariello
O carruociolo sciulia
‘ngoppo ‘a lava d’’o lastreco niro
Pe’ vulà cchiù luntano c’aggia fa
Nun ‘o ssaccio manco io
Signore d’’e ccreature nun me tiene mente
Si trasparente e nun te saccio amà
Signore d’’e speranze,
vide ca te dico:
vulesse nu futuro
largo ‘e cchiù ‘e ‘nu vico

Jamme , guagliù!!

Scugnizzeide- parole e musica di Maria Pia De Vito(tratto dal Cd Phonè- Egea records)