INTERVISTA

 

 



Capitoli per una storia del cuore
( Vincenzo Martorella)

Jazz it - Cover story (settembre-ottobre 2003)


I francesi a volte usano parole bellissime per esprimere concetti complessi, difficili da racchiudere in un pezzetto di lingua. Incontournable è una di queste: un’esplosione di senso, un ventaglio di significati, una festa del linguaggio. Incontournable, per eccellenza, è Maria Pia De Vito. Cantante, improvvisatrice, compositrice, autrice di testi leggiadri (che pubblichiamo), inventrice di suoni e ritmi, artista capace di vivere nella contemporaneità scavalcando etichette e categorie, la vocalist napoletana si è imposta nel mondo in virtù di un lavoro profondissimo e unico sulla natura stessa della voce, recuperando il respiro, l’aria che passa attraverso le corde vocali, il senso della voce prima del canto, e proiettando questo formidabile punto di vista sull’improvvisazione e sul ritmo. La voce di Maria Pia, proprio per l’aria che contiene, è capace di spostarsi, di arrivare e di toccare, di viaggiare, di essere nomade e straniera, di avere mille sguardi sul mondo e mille corpi da abitare, mille tracce da seguire e mille tempi da ballare.
Sia che canti in napoletano, o che plani sull’inglese, o che voli su lingue inventate, Maria Pia De Vito esprime una qualità singolare, unica, inimitabile. Incontournable, appunto. Come il suo ultimo, travolgente disco, “Tumulti”. Come il suo percorso, la sua musica, la sua voce. Che proviamo a raccontare.


 

Primo capitolo

Storie di tumulti

"Io sono sempre stata come sono
Anche quando non ero come sono
E non saprà nessuno come sono
Perché non sono solo come sono".

Patrizia Valduga

Tumulti perché questo momento della mia carriera è un momento tumultuoso. Volevo fosse di un disco di apertura, di apertura delle forme.“Tumulti” rappresentava il fatto che avevo voglia di scollarmi da tutta una serie di cose che fanno parte di me, ma che questioni di vita, di lavoro, di meccanica hanno messo in un punto prominente,mentre per me erano solo una delle cose in gioco, come il napoletano, il lavoro su matrici folcloriche. Ho avuto desiderio di fare un lavoro che mi liberasse da tutto questo e che mi facesse trovare di fronte all’elemento che è più importante per me, che è l’improvvisazione.

Tumulto è una parola dalle stratificazioni semantiche profonde. Come dice Agamben nel suo recente Stato di eccezione(Einaudi), il tumulto è come se fosse il momento successivo alla crisi; il tumulto nasce dalla crisi, dall’impossibilità di sopportare la vecchia forma, da qui la necessità di far casino per cambiarla. Non ci si riesce solo con la riflessione: bisogna operare un tumulto. Si deve affrontare la paura, e la paura altro non è che un livello di coscienza avanzato: si ha paura di quello che si vede, e di affrontarne le conseguenze.

Con “Tumulti” ho deciso di rompere le forme e farle diventare diverse. Non ho disprezzo per la forma, non ho disprezzo per il principio di riconoscibilità. L’idea, lo spunto mi è venuto da un brano che ho inciso in “Nel respiro”, un duo improvvisato con Patrice Heral, nel quale emergevano e scomparivano strutture. Mi è sembrata una buona idea da percorrere.
Il nucleo che ha generato (i) Tumulti è composto, di fatto, da me e Patrice: condividiamo l’amore per la voce, la pazzia per il ritmo (lui, essendo un percussionista, per mestiere, io per vocazione), e un uso dell’elettronica che sia pienamente al servizio dell’improvvisazione.
Il passo successivo è stato quello di far diventare l’improvvisazione matrice della composizione.
Ovvero: prendere alcuni pezzi fatti e farli diventare strutture di una composizione. Rivederli,riguardarli e mettere questo materiale tumultuoso a contatto con un reagente, con un tumultuante. E ho scelto due tumultuanti strepitosi: Ernst Reijseger (tumultuante in scena, nella vita, nel modo di comporre- nonostante sia un compositore rigorosissimo, di fatto onorando il concetto che l’improvvisazione non si improvvisa), e un congelatore di improvvisazioni come Paul Urbanek, un musicista abilissimo nel reverse composing, che ho scoperto tramite Patrice.

Il metodo di lavoro ha seguito alcune fasi:Dapprima abbiamo inciso delle tracce in duo, essensialmente improvvisate. Poi ho registrato con Ernst Hallucinations, e un suo pezzo, Verbo e umore, sul quale ho adattato versi di Gabriele Frasca. Quando esistevano delle forme, abbiamo provato a scompaginarle. In Verbo e umore, per esempio, il cui testo si rifà alla lirica amorosa provenzale (e, non a caso, in un verso, il “signore” non è il Padreterno ma la donna amata, dunque l’amato) tutta la parte centrale, improvvisata, prova a dare voce alla passione senza usare le parole. Abbiamo preso Hallucinations e l’abbiamo resa allucinatoria, ancor più di quanto già non fosse, e io mi sono concessa dei rischi, cantandola utilizzando un’emissione strana, diversa, lontana dai clicheés boppistici attraverso i quali avevo per anni cantato il brano di Bud Powell. Una sorta di anticanto, in cui il fiato canta quasi di più della voce.

“Tumulti” non è un disco penitenziale, o meglio: un disco radicale-penitenziale. E’ si un disco radicale ma con un afflato comunicativo fortissimo. Dove tutto punta alla comunicazione, non alla sua negazione.Tumulti, allora, è proprio uno stato di tumulti, uno stato di emergenza. Per questo, poi, ho scelto di cantare Joga, sia perché ritengo Bjork una delle musiciste più intelligenti del momento, sia perché il testo – che parla, appunto, di stati di emergenza in una storia d’amore che si spalanca sull’abisso- era molto in sintonia con lo spirito di questo lavoro. Ma quel brano l’abbiamo suonato come tre amici in camporella (infatti, avrei voluto aggiungere alla dicitura “pic-nic version”) Ernst suona il violoncello a mo’ di basso riprendendo la linea degli archi dell’originale, Patrice “finge” di suonare la batteria elettronica, e in realtà utilizza il registratore per il karaoke della figlia, e io la canto come si canterebbe un brano di Battisti sulla spiaggia, senza alcuna voluta raffinatezza.

Questo è “Tumulti”. La mia esigenza, il mio bisogno di lavorare liberamente sull’improvvisazione, di portare la voce fino al limite dei rumori corporei. E viene dopo una lunghissima fase di ricerca in cui mi sono spinta a ritroso nel mio passato, nella mia storia (“Nauplia”, “Phonè”, “Nel Respiro”: la ricerca della phonè, il respiro, la corporeità, la voce che danza)
Un lavoro dopo il quale sentirmi pronta e libera, volendo, di ritornare alla forma.
Mi ritrovo in una cosa che disse John Cage. In molti pensano che l’arte sia espressione di sé, invece l’arte deve cambiarmi, deve trasformarmi. In realtà, la ricerca è questo, la necessità di essere il , e nel, cambiamento, nella trasformazione. Non è che un artista tiene dentro un enorme deposito da quale ogni tanto tira fuori qualcosa da esprimere. L’improvvisazione, la composizione, scrivere un libro o una poesia. Non possono essere semplicemente riversare fuori quello che hai dentro, l’espressione di te, altrimenti sarebbero miliardi le espressioni di noi che avrebbero diritto di, e che non necessariamente diventano arte. Di fatto, posso utilizzare anche l’artificio: faccio, creo cose nuove che possono essere l’espressione soltanto di questo momento, di un rischio che prendo e che mi porta da qualche altra parte. E cerco di essere fedele a questo nuovo luogo nel quale mi ritrovo, perché mi dice nuove cose su di me, e su ciò che mi sta intorno.
In questo disco ho rotto la voce, ma posso tornare indietro, perché quella non è un’operazione radicale, ma un momento radicale. E’ venuto fuori perché ho scavato in qualcosa che richiedeva, a livello dell’espressione, una voce rotta. Ma io non mi sono rotta.Sono soltanto diversa, dopo “Tumulti”. Non si torna indietro dal proprio passato, dalle proprie esperienze, da quello che abbiamo vissuto. E nulla mi impedirà, da domani, se voglio, di cantare con un suono purissimo, con un’intenzione romantica, o prendere uno standard e registrarlo.

Naturalmente, sto già andando da un’altra parte. “Tumulti” rappresenta il mio pensiero in questo preciso momento, ma ho capito che non esiste il disco che ti può rappresentare. Rppresenta il riappropriarmi del motivo stesso per il quale, tanti anni fa, iniziai a cantare jazz: l’improvvisazione.

 

Secondo Capitolo

Forme scompaginate



ritmo


Il mio rapporto col ritmo è cominciato tanti anni fa. Quando ho inziato a improvvisare avevo la sensazione di fare sempre le stesse cose, di utilizzare gli stessi patterns, e non sapevo come uscirne fuori. Allora ho iniziato a studiare i metodi per batteria, ho ascoltato con attenzione i dischi di Mel Tormè( cantante, ma anche batterista), di Al Jarreau, Bobby Mc Ferrin, fino a scoprire vere e proprie culture ritmiche ( quella cubana, quella indiana). Senza dimenticare la musica macedone, albanese, che cantavo nel primo gruppo del quale feci parte , Il Tiglio, e che mi aiutò a familiarizzare col 7/8, col 9/8, con l’undici + sette (e altre scomposizioni piuttosto elaborate)
Tutto poi, si è rimesso insieme, in moto e approfondimento da “Nauplia”in poi, perché da lì ho cominciato a usare la voce in senso ritmico e da lì sono andata a studiarmi veramente le cose: Lavorando a “Phonè” ho studiato i tala indiani, insieme a Federico Sanesi.
Tutto questo è poi entrato nel lavoro sull’improvvisazione jazzistica, nel senso che, una volta interiorizzati, questi aspetti hanno cominciato a trasparire nel mio fraseggio. Poi ho iniziato a lavorare con l’elettronica, con i loop e l’accelerazione inevitabile mi ha portato a lavorare con la voce in senso percussivo, e con l’idea di costruire grooves.
La triangolazione voce/melodia/ritmo non può mai essere spezzata.
Proprio no. Sono l’una parte dell’altro. Stati di necessità…

 

palcoscenico


Quando faccio i concerti Tumulti mi ritrovo a saltare, a ballare, a parlare, a essere accartocciata su me stessa, a suonare con le mani e con i piedi. Sono sempre stata molto rigorosa sul palco, perché la concentrazione sulla musica mi ha sempre impedito di pormi il problema di quello che facevo sul palco. Ma in fondo, non è cambiato nulla, perché anche oggi non mi pongo il problema. Quando faccio i concerti Tumulti, o quando suono con Ernst ( e con lui sarebbe impossibile stare fermi) mi accorgo che il mio rapporto con lo spazio è cambiato.

 

passione


Di solito il mio impegno è cercare di limitarla… Anche la lucidità, anche
la freddezza sono passione. Passione intellettuale, passione per quello che senti vero per te in un certo momento. Senza questo mi sento inutile, su un palco, o su un disco. Per questo non posso collaborare con tutti.

sperimentazione


Credo di essere una sperimentante da sempre. Nel senso che sperimento quello che mi piace. Anche quando canto per me stessa uno standard che adoro ( e che prima o poi registrerò) come I’ve grown accustomed to his face, sperimento un’ emozione…. Sperimentazione come intenzione e come abito: no, non mi appartiene. Mi blocco di fronte all’estremamente concettuale. Ho bisogno di altro, e anche questa è, evidentemente, una forma di sperimentazione. Ci sono cose che non posso fare, e una di queste è essere concettuale per principio.

conoscenza


Imprescindibile. Ho un rapporto quasi morboso con la conoscenza, con il voler sapere. Che a volte mi limita, perché sento forte la necessità di ripercorrere a ritroso, fino all’origine prima, l’idea che sto affrrontando. E’ come se, prima di leggere un libro, sentissi la necessità di capire, innanzitutto, chi era Gutemberg e che cosa ha fatto, e come ci è arrivato. Stimolante,ma pericoloso. A volte devo fermarmi e accontentarmi di quello che riesco a conoscere…

curiosità


Musicalmente, sono curiosissima per costituzione.
Ma la curiosità è una caratteristica volatile, gemellina,per cui sono incuriosita da mille cose. Poi bisogna vedere quello che, nel tempo, resiste. Certe volte mi è capitato di provare curiosità fortissima per qualcosa che, a conti fatti, non era per me, non mi apparteneva. Succede anche quando faccio i dischi: sono incuriosita da un musicista, ma poi mi accorgo che non c’è scintilla, che non succede niente.

 

mistero


Il rischio è mistero. E’ addentrarsi in una zona d’ombra in cui intravedi qualcosa, ma non sai cosa si nasconde. E’ il colpo al cuore. E’ inevitabile. Imprescindibile. Significa attraversare un abisso. Quando un jazzista sbaglia, vuol dire che ha perso la strada, che si è smarrito – questione di pochi, infiniti momenti- nel suo mistero; e nessuno si arrabbia. Solo chi cerca può smarrirsi.

 

estemporaneità


Di estemporaneo non è più possibile nulla. Esiste la meraviglia delle connessioni che si instaurano e che formano, all’improvviso, un fascio che funziona, però è sempre frutto di tutto quello che abbiamo sperimentato, conosciuto, e viene fuori unitario quanto più è stato assimilato. E’ questo che ci permette di non esprimerci attraverso un puzzle, ma attraverso un’unitarietà di significati.

 

desiderio


Datemi del bromuro… Se non ho desiderio vuol dire che to male. Molto male. In alcuni periodi della mia carriera sentivo di non aver nulla da dire, di non provare il desiderio di dirlo, e sono stati momenti molto oscuri. Il desiderio è il faro. La mia è, senza dubbio, una musica desiderante.

 

cantanti


Ho avuto la fortuna di collaborare con Norma Winstone, una delle cantanti che più mi piacciono. Abbiamo inciso insieme in Inghilterra, ed è stato emozionante. Con lei ho fatto un training all’incontro con le altre cantanti. Ho dovuto affrontare la mia paura, il senso di competizione (il primadonnismo dei cantanti non è solo un’invenzione…) ma Norma è un essere umano meraviglioso, e abbiamo verificato una tale affinità che finiremo con il fare altre cose insieme.
Quello con Maria Joao è stato un incontro casuale, voluto da un’organizzatrice francese che amava me e amava la Joao, vedeva i nostri punti di contatto e voleva metterci a confronto. Esperienza meravigliosa: Maria è una donna fortissima, e ha un carattere estremamente gentile. Musicalmente, l’intreresse per il ritmo, l’esperienza con la vocalizzazione,l’improvvisazione hanno fatto sì che il nostro incontro si compisse sotto il segno di una forte sintonia.
Curiosamente, prima che scoprissi la Joao, nel corso di un tour in Portogallo un giornalista, recensendo il mio concerto, scrisse che sembravo una Maria Joao italiana… era destino che ci incontrassimo.
Ramamani, invece, l’ho scelta io quando lo stesso centro culturale mi ha chiesto di fare una seconda “Nuit de la voix”. E’ una cantante che seguo da almeno 20 anni, da un disco ECM inciso con Charlie Mariano, e le sue doti di compositrice, improvvisatrice, il suo senso del ritmo sono diventati parte del mio processo di studio. Proprio perché non volevo che tutto si risolvesse in due giorni consumati a fare prove, sono andata a Bangalore, a studiare da lei. Ho avuto la fortuna di scoprire affinità caratteriali (Ramamani è una scugnizza di Bangalore) e artistiche molto forti. Ora faremo un tour per portare in giro questo progetto e spero che si possa anche registrarlo.

 

indignazione


io sono molto indignata in questo momento. Mi hanno sempre indignata i paraocchi ( e mi accorgo di averli avuti anche io, nei primi anni in cui facevo jazz e reputavo secondaria tutta l’altra musica). Chiudere il proprio orizzonte a uno spicchietto di storia è inutilem, anche se è un diamante. Oggi, anche se detesto la musica che “deve lanciare un messaggio”, posso dire che Tumulti è un disco molto indignato. Ho sempre avuto pudore nel trasformare in un manifesto le cose che scrivo, ma in Yearning (in “Nel respiro”)ho voluto esprimere, attraverso l’idea della polvere, la tragedia dell’undici settembre
Sì, sono profondamente indignata per quello che siamo riusciti a farci con le nostre mani nel nostro paese, per quello che storicamente è stato fatto agli artisti nel nostro paese, e soprattutto quello che non è stato fatto. Ho scoperto pochi giorni fa che la categoria dei calciatori appartiene all’Enpals. Questo vuol dire che poiché io non riuscirò mai a raggiungere il numero minimo di contributi per ottenere, quando sarò vecchia, la pensione minima, il trenta per cento che lo stato trattiene dai miei compensi andrà ad ingrassare la pensione di calciatori che già guadagnano miliardi. Questo mi fa schifo.

pensiero (e pelle)

Nella mia musica c’è tanto più pensiero e pelle quanto più invecchio. E pensiero e pelle possono essere contrastanti, l’un contro l’altro armati, ma non possono essere separati. Riuscire a farlo nella musica è il lavoro di una vita, ma la sintesi è quella. Credo molto in questa sintesi. Ed è quello che percepisco nei musicisti che ritengo grandi, dunque autentici: non hanno fatto ispessire la pelle- magari costruendo un monumento a se stessi-, e hanno continuato a pensare. Chi non cambia pelle, e pensiero, rischia di morire artisticamente. Miles: un camaleonte…

 

appartenenza (e territorio)


Mi sento purtroppo, apolide. Vivo a Roma, ma per lavoro giro continuamente. Sono di Napoli, ma non ci sto più. Faccio jazz, ma non solo jazz…

 

parola poetica


Scrivo sempre prima la musica. Dopo inizio a lavorarci finchè non emerge una parola, una frase che mi fa concatenare tutto il resto. A volte, i miei testi sono poesie che avevo scritto in precedenza, e che possono nascere dall’osservazione.”Scugnizzeide” è nata così. Quando abitavo in un quartiere popolare di Napoli dalla finestra guardavo questi scugnizzi lanciarsi per la discesa con un carretto, e gridavano pazzi di felicità, mentre mia madre non voleva neanche che parlassi in napoletano.
Tutto nasce dall’associazione. Poi c’è un lavoro sul fraseggio, sull’adattamento alla melodia.
Amo molto la poesia. Ho iniziato con Neruda, e poi Borges mi ha fulminata. Ho letto tutto quello che ha scritto, e molto in spagnolo, una lingua poetica formidabile. Poi ho scoperto poeti più nascosti, meno facili, come Celan, Dylan Thomas, E.E Cummings, T.S Eliot, Auden, San Juan de la Cruz, Rumi (per il loro senso del mistico)
In “Tumulti” ho usato una quartina di Patrizia Valduga, poetessa straordinaria, che è il vero manifesto del disco.
Poche cose al mondo mi commuovono di più del talento umano nella poesia.

 

alchimia

E’ un mistero. Ci deve stare una sensibilità comune, un’ apertura, un desiderio di andare un poco oltre se stessi. Mi piace incontrare musicisti così. Conosco Ernst da vent’anni, ma non avevamo mai suonato insieme, se non in un progetto, molti anni fa, al festival di Atina. L’ho chiamato con timore e tremore perché mi incuriosisce e mi diverte, ma se non avesse avuto quest’attitudine allo scavo, al conoscere l’altro, a provare costantemente(fuori e dentro la musica) non sarebbe successo niente. Così con Rita Marcotulli; o con John Taylor, un musicista che apparentemente un suo mondo perfettamente strutturato, ma che ha un rigore e un emergenza espressiva che posso dividere e condividere. Quando abbiamo suonato insieme per la prima volta insieme, a Roccella, il pubblico applaudiva ogni pezzo per minuti interi , e io mi guardavo intorno chiedendomi”che cosa sta succedendo?”; nei camerini, Ralph Towner ci confessò che aveva pianto durante il primo pezzo. Meccanismi inspiegabili.

 

scugnizzo


Raffaele Viviani era un vero scugnizzo.Aveva una lingua tutta sua, non aveva studiato musica, s’era inventato un universo d’espressione tutto suo.
Io sono uno scugnizzo, nella vita, nella quotidianità. Senza ridere, senza gioco, senza fare scherzi e dispetti mi spengo. E c’è anche un senso di orfelinato che determina ilo mio essere scugnizzo, perché ho cominciato a fare musica prima di ascoltarla. Senza riferimenti, senza modelli, e questa è stata la mia fortuna.

 

isola


Mi nutro di differenze.

 

sorpresa


La mia voce mi sorprende, certo. Ed è ciò che mi accende. Ma deve essere la serata giusta. Quando faccio qualcosa che mi sorprende vuol dire che ho fatto un seppur piccolo saltino oltre uno schema, oltre la griglia, oltre l’impostazione di un brano o di una frase. Bisogna avere l’abitudine ad andare oltre, e quindici anni dai canto jazz, di interpretazione degli standard, di improvvisazione sui giri armonici (ginnastica implacabile di potenza formativa ineludibile) questo abito te lo danno. Solo allora sei in grado si andare altrove, in un algtro posto. E quando succede, è sorprendente.

 

autocritica


Non sono autocritica. Sono spietata per natura, sembro un’aguzzina in gita premio. Con me stessa sono di una cattiveria al limite della sopportazione, e questo ha fatto sì che la sofferenza per certi dischi difficili io me la sia trascinata per mesi. Raramente riesco ad ascoltare i miei dischi o le registrazioni dei concerti stando tranquilla: mi sudano le mani, m’incazzo, mi innervosisco.
L’autocritica è fondamentale, ma non bisogna esagerare; quando diventa eccessiva confina con la stupidità.